Interposizione societaria e possesso effettivo del reddito nell’ordinanza della Corte di Cassazione n. 3728/2026

A cura dell’Avv. Francesco Cervellino
L’ordinanza della Corte di Cassazione – Sezione Tributaria n. 3728, pubblicata il 19 febbraio 2026, si colloca in un punto di snodo particolarmente sensibile del sistema dell’imposizione sui redditi, là dove la dimensione formale dell’organizzazione societaria entra in tensione con la ricostruzione sostanziale del presupposto impositivo. Il provvedimento affronta il tema dell’interposizione fittizia ex art. 37, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, in un contesto in cui l’Amministrazione finanziaria aveva contestato non soltanto l’inesistenza oggettiva di operazioni fatturate, ma anche l’utilizzo dello schermo societario quale strumento di imputazione meramente apparente di redditi formalmente riferibili a una società di capitali.
La decisione si segnala per la duplice direttrice lungo cui si sviluppa: da un lato, la definizione del perimetro probatorio necessario per dimostrare l’interposizione; dall’altro, la chiarificazione delle ricadute sanzionatorie derivanti dalla traslazione del reddito dall’ente collettivo ai soci quali effettivi possessori.
Il caso sottoposto al vaglio di legittimità prende avvio da un accertamento fondato su un processo verbale di constatazione del 17 luglio 2019, con il quale l’Ufficio aveva ricostruito un articolato meccanismo, incentrato sulla contabilizzazione di costi e ricavi ritenuti inesistenti, idoneo a generare indebiti vantaggi fiscali. La società coinvolta era stata riqualificata quale soggetto interposto, con imputazione diretta ai soci dei redditi accertati, in applicazione dell’art. 37, comma 3, citato. La Corte di giustizia tributaria di secondo grado aveva ritenuto insufficientemente dimostrato l’abuso dello schermo societario, pur confermando la fittizietà delle operazioni. La Suprema Corte, con l’ordinanza n. 3728/2026, ha invece censurato tale impostazione, ritenendo viziato il ragionamento presuntivo svolto in appello e disponendo il rinvio per nuova valutazione.
Il punto teorico centrale risiede nella nozione di “possesso effettivo” del reddito. La norma citata consente, in sede di accertamento, l’imputazione al contribuente dei redditi formalmente intestati ad altri soggetti quando sia dimostrato, anche mediante presunzioni gravi, precise e concordanti, che egli ne è l’effettivo possessore per interposta persona. La latitudine applicativa della disposizione è ampia: non si limita a specifiche categorie reddituali e può investire anche il reddito d’impresa prodotto da società di capitali.
Ciò che emerge con chiarezza dall’ordinanza è che l’interposizione non si esaurisce in una valutazione di carattere meramente soggettivo, né richiede necessariamente un comportamento fraudolento in senso tecnico. L’elemento qualificante è la relazione sostanziale tra il soggetto interponente e la fonte produttiva del reddito. Non si tratta di accertare la nullità o l’inesistenza della struttura societaria, bensì di verificare se essa sia stata integralmente asservita alla volontà e agli interessi di soggetti che, pur formalmente estranei alla titolarità del reddito, ne dispongono uti dominus.
La Corte valorizza, in tal senso, la centralità del ragionamento presuntivo. Il giudice di merito è chiamato a compiere una valutazione globale degli indizi raccolti, evitando un approccio atomistico che frammenti il quadro probatorio in elementi isolati e privi di interconnessione. La gravità, precisione e concordanza degli indizi non sono attributi da riferire a ciascun dato singolarmente considerato, ma qualità emergenti dall’esame complessivo della fattispecie. È in questa dimensione sintetica che si misura l’effettiva capacità dimostrativa dell’apparato indiziario.
Nella vicenda oggetto dell’ordinanza, l’Amministrazione aveva posto in evidenza una serie di circostanze: la totale riconducibilità della compagine societaria a un nucleo familiare ristretto; l’assenza di remunerazioni coerenti con il ruolo formale rivestito; la sproporzione tra i redditi dichiarati dalle persone fisiche e le spese risultanti dall’anagrafe tributaria; l’inesistenza di una struttura organizzativa autonoma, con assenza di personale dipendente e ricorso sistematico ad appalti esterni. Tali elementi, valutati unitariamente, erano stati ritenuti idonei dall’Ufficio a dimostrare il totale asservimento della società agli interessi dei soci.
Il giudice di appello aveva tuttavia operato una scissione tra il segmento probatorio relativo alle operazioni oggettivamente inesistenti e quello concernente l’interposizione, riconoscendo efficacia presuntiva solo al primo e negandola al secondo. È proprio questa cesura che la Corte di Cassazione censura, rilevando come il materiale indiziario dovesse essere oggetto di una valutazione unitaria, capace di cogliere la coerenza sistemica del disegno contestato.
Sotto il profilo sistematico, la pronuncia rafforza una lettura sostanzialistica dell’art. 37, comma 3. L’ordinamento tributario, pur muovendo da categorie civilistiche, non si arresta alla forma giuridica della titolarità, ma indaga la concreta disponibilità delle risorse economiche. La prevalenza della sostanza sulla forma non si traduce in un automatismo antielusivo, bensì in un criterio di imputazione che presuppone un accertamento rigoroso, ma non rigidamente formalistico.
Le ricadute si estendono al piano sanzionatorio. L’ordinanza chiarisce che, una volta accertata l’interposizione, il rapporto fiscale si radica direttamente in capo all’interponente quale effettivo possessore del reddito. In tale prospettiva, non trova applicazione l’art. 7 del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269, che limita la riferibilità delle sanzioni alla persona giuridica nei casi di violazioni proprie di società o enti dotati di personalità. La traslazione del reddito comporta la traslazione del relativo statuto sanzionatorio: non si tratta di una responsabilità per fatto altrui, ma della conseguenza di una diversa imputazione del presupposto impositivo.
L’effetto di tale impostazione è rilevante. La società interposta, in quanto mero schermo, perde centralità non solo sotto il profilo della debenza del tributo, ma anche in relazione alle sanzioni. Il sistema, in tal modo, evita che l’utilizzo distorto della personalità giuridica si traduca in un indebito scudo rispetto alla responsabilità fiscale effettiva.
La pronuncia si inserisce in un più ampio dibattito sul rapporto tra abuso dello schema societario e interposizione. Pur non sovrapponendo le due categorie, la Corte mostra come l’uso improprio della forma societaria possa integrare il presupposto per l’applicazione dell’art. 37, comma 3, senza che sia necessario dimostrare un intento fraudolento in senso stretto. È sufficiente che la struttura organizzativa sia priva di autonoma sostanza economica e funzionale esclusivamente alla schermatura del reale titolare del reddito.
Ne deriva una concezione dinamica della personalità giuridica, non intesa quale dato ontologicamente intangibile, ma quale strumento suscettibile di essere disvelato quando l’assetto formale non rispecchi la realtà economica sottostante. L’intervento del giudice si colloca, allora, non in una logica demolitoria dell’ente, bensì in una prospettiva riallineativa del presupposto impositivo.
L’ordinanza n. 3728/2026 impone, pertanto, una riflessione sulle tecniche difensive e sulla strutturazione delle operazioni societarie. La mera coerenza formale degli atti non è sufficiente a neutralizzare un accertamento fondato su un solido impianto presuntivo. Occorre che la società presenti una reale autonomia organizzativa, economica e gestionale, capace di resistere a una verifica sostanziale circa la titolarità effettiva delle risorse.
La decisione, lungi dal rappresentare un ampliamento indiscriminato del potere accertativo, riafferma un principio di metodo: l’onere probatorio grava sull’Amministrazione, ma può essere assolto mediante presunzioni, purché valutate secondo un criterio di sintesi logica e non frammentaria. Al contempo, si consolida l’idea che il diritto tributario non possa essere piegato a una concezione puramente formalistica della soggettività giuridica, quando ciò comporti la distorsione del presupposto impositivo.
L’interposizione societaria emerge come istituto di raccordo tra struttura organizzativa e responsabilità fiscale. L’ordinanza in esame ne offre una lettura che, pur radicata nel dato normativo, valorizza la dimensione sostanziale del possesso del reddito, collocando al centro del sistema non la titolarità apparente, ma l’effettiva disponibilità economica quale criterio ultimo di imputazione.
20 febbraio 2026
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Prepossidenza, locazione e inidoneità oggettiva nell’agevolazione prima casa. Cassazione 3596/2026

A cura dell’Avv. Francesco Cervellino
L’ordinanza n. 3596 del 17 febbraio 2026 della Corte di cassazione, Sezione tributaria, si colloca nel solco di un orientamento che tende a irrigidire la nozione di “inidoneità oggettiva” dell’immobile preposseduto ai fini dell’accesso all’agevolazione c.d. prima casa, ma lo fa attraverso un percorso argomentativo che merita di essere indagato in chiave sistemica. Il provvedimento afferma che la circostanza per cui l’abitazione già detenuta nel medesimo Comune sia concessa in locazione non integra una situazione di oggettiva inidoneità idonea a neutralizzare la preclusione derivante dalla prepossidenza . La mera esistenza di un contratto di locazione, in quanto espressione di una scelta discrezionale del proprietario, non può trasformare un bene astrattamente idoneo all’uso abitativo in un immobile strutturalmente inservibile alle esigenze familiari .
La questione, apparentemente circoscritta all’interpretazione della nota II-bis della tariffa, parte prima, allegata al decreto del Presidente della Repubblica n. 131 del 1986, coinvolge in realtà il rapporto tra funzione dell’agevolazione e struttura della fattispecie impositiva. L’agevolazione prima casa, nella sua configurazione normativa, non è un beneficio ancorato alla soggettiva percezione del bisogno abitativo, ma un meccanismo condizionato alla ricorrenza di presupposti oggettivi e negativi: tra questi, l’assenza di titolarità, nel medesimo Comune, di altro diritto di proprietà su abitazione idonea. Il concetto di “prepossidenza” opera come criterio selettivo ex ante, volto a evitare la moltiplicazione del vantaggio fiscale in presenza di una disponibilità immobiliare già sufficiente.
L’ordinanza in esame si confronta con il tentativo di qualificare la locazione come fattore idoneo a degradare l’immobile preposseduto a bene inutilizzabile. La Corte respinge tale impostazione muovendo da una distinzione che, sul piano teorico, assume rilievo decisivo: l’inidoneità rilevante ai fini dell’agevolazione deve essere oggettiva, ossia intrinseca al bene, non dipendente da un vincolo volontariamente assunto dal proprietario. In altri termini, la compressione temporanea del potere di godimento, derivante da un contratto di locazione, non altera la struttura del bene né ne compromette le caratteristiche funzionali; essa si colloca sul piano delle scelte allocative del titolare del diritto.
La valorizzazione del carattere volontario della locazione introduce una linea di demarcazione netta tra limiti strutturali e limiti negoziali. I primi attengono alla conformazione materiale o giuridica del bene in modo indipendente dalla volontà del proprietario; i secondi scaturiscono da un atto di autonomia privata che, pur producendo effetti giuridici opponibili, non incide sull’idoneità ontologica del cespite. L’inidoneità oggettiva, per assumere rilievo, deve tradursi in un’impossibilità di utilizzo abitativo non rimovibile mediante una scelta del titolare. Se l’indisponibilità è frutto di una decisione economica, l’ordinamento fiscale non è chiamato a neutralizzarne gli effetti.
Questa impostazione sollecita una riflessione sulla natura stessa dell’agevolazione prima casa. L’istituto, nella sua dimensione storica, è stato spesso ricondotto a una logica di sostegno al diritto all’abitazione, inteso come esigenza primaria della persona e della famiglia. Tuttavia, la tecnica legislativa adottata non attribuisce rilevanza diretta alla concreta situazione abitativa, bensì costruisce un sistema di presunzioni e condizioni. La prepossidenza nel medesimo Comune costituisce una presunzione legale di sufficienza abitativa, che può essere superata solo in presenza di circostanze che incidano sulla struttura del bene. La locazione, invece, rappresenta un impiego alternativo del cespite che presuppone, paradossalmente, la sua piena funzionalità.
L’ordinanza n. 3596 del 2026 ribadisce inoltre che il sindacato di legittimità non può essere trasformato in un nuovo giudizio sul fatto, soprattutto quando la censura si traduca in una diversa valutazione dell’idoneità dell’immobile alle esigenze familiari . La distinzione tra violazione di legge e critica all’accertamento fattuale assume qui una funzione di presidio della tipicità del giudizio di cassazione. L’insistenza sulla natura oggettiva dell’inidoneità si accompagna, dunque, a un richiamo rigoroso ai limiti processuali del controllo di legittimità.
Sotto un diverso profilo, la decisione affronta anche la dedotta violazione dei principi di collaborazione e buona fede nei rapporti tra amministrazione finanziaria e contribuente, sanciti dalla legge n. 212 del 2000. La Corte esclude che l’esercizio del potere impositivo fondato su una diversa interpretazione del concetto di inidoneità possa integrare, di per sé, una lesione dell’affidamento . Ne emerge una concezione non espansiva del principio di buona fede, che non può essere invocato per consolidare una lettura soggettiva di una condizione agevolativa in assenza di un comportamento univocamente rassicurante dell’amministrazione.
La scelta interpretativa adottata dalla Corte produce effetti che travalicano il singolo caso. In un contesto nel quale la mobilità abitativa è spesso accompagnata da strategie di valorizzazione patrimoniale, la possibilità di concedere in locazione un immobile e, contestualmente, di accedere al beneficio per un nuovo acquisto rappresentava una potenziale area di frizione tra esigenze economiche e vincoli fiscali. L’esclusione della rilevanza della locazione come fattore di inidoneità oggettiva rafforza la coerenza interna del sistema, ma riduce gli spazi di flessibilità per il contribuente che, pur proprietario, non disponga concretamente dell’immobile.
Si potrebbe obiettare che l’agevolazione, se intesa come strumento di politica abitativa, dovrebbe guardare alla disponibilità effettiva e non alla mera titolarità formale. Tuttavia, un simile approccio introdurrebbe margini di incertezza applicativa difficilmente compatibili con l’esigenza di certezza del prelievo. La verifica della concreta accessibilità dell’immobile richiederebbe valutazioni caso per caso, con il rischio di trasformare un requisito oggettivo in una clausola elastica. L’ordinanza in commento sembra privilegiare la prevedibilità dell’esito impositivo rispetto alla considerazione di situazioni individuali complesse.
La nozione di inidoneità oggettiva, così come delineata, assume dunque una valenza selettiva rigorosa. Essa non coincide con l’inadeguatezza soggettiva rispetto alle esigenze familiari, né con l’indisponibilità temporanea derivante da scelte negoziali. Il bene deve essere strutturalmente incapace di assolvere alla funzione abitativa, indipendentemente dalla volontà del titolare. In questa prospettiva, la prepossidenza non è un mero dato formale, ma l’espressione di una presunzione normativa che il contribuente può superare solo dimostrando un limite intrinseco del cespite.
Le ricadute operative sono evidenti. Il contribuente che intenda acquistare un nuovo immobile nel medesimo Comune dovrà valutare attentamente la posizione degli immobili già detenuti, tenendo conto che la loro eventuale locazione non incide sulla verifica del requisito negativo. La pianificazione patrimoniale e fiscale dovrà misurarsi con una lettura restrittiva della clausola di inidoneità, che non ammette interpretazioni estensive fondate su circostanze dipendenti da scelte individuali.
Sul piano sistemico, l’ordinanza contribuisce a delineare un modello di agevolazione ancorato a criteri di tipicità e oggettività, in cui la discrezionalità del contribuente non può essere utilizzata per modulare l’accesso al beneficio. La tensione tra autonomia privata e disciplina tributaria emerge con chiarezza: l’ordinamento riconosce ampia libertà nella destinazione economica del bene, ma non consente che tale libertà produca effetti espansivi sul piano delle agevolazioni.
La decisione della Corte di Cassazione del 17 febbraio 2026 consolida un orientamento volto a circoscrivere l’ambito dell’inidoneità oggettiva e a riaffermare la funzione selettiva della prepossidenza. L’agevolazione prima casa si conferma istituto di stretta interpretazione, nel quale la titolarità di un immobile idoneo nel medesimo Comune costituisce un ostacolo non superabile mediante scelte negoziali reversibili. La coerenza sistemica prevale sulla valorizzazione delle contingenze individuali, e il diritto tributario ribadisce la propria autonomia rispetto alle strategie patrimoniali del contribuente.
19 febbraio 2026
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Autotutela sopravvenuta e regime delle spese nel processo tributario. Cassazione 3588/2026

A cura dell’Avv. Francesco Cervellino
L’annullamento in autotutela dell’atto impositivo nel corso del giudizio costituisce un segmento patologico della sequenza amministrativa che incide, in modo non marginale, sull’assetto degli incentivi processuali e sull’equilibrio tra funzione impositiva e tutela giurisdizionale. L’ordinanza n. 3588 del 17 febbraio 2026 della Corte di cassazione, Sezione tributaria, interviene su tale snodo, ricollocando la cessazione della materia del contendere entro il perimetro rigoroso del principio di soccombenza e restringendo l’area della compensazione delle spese ai soli casi normativamente tipizzati. La decisione, nel cassare la pronuncia di merito che aveva ritenuto legittima la compensazione in presenza di autotutela sopravvenuta e di un generico richiamo a incertezze interpretative, riafferma la centralità dell’art. 15 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, nella sua formulazione applicabile ratione temporis .
La vicenda processuale presenta una struttura frequente nella prassi: impugnazione di cartelle di pagamento e di estratti di ruolo per vizi di notifica, decadenza e prescrizione; annullamento parziale in autotutela da parte di un ente creditore nelle more del giudizio; accoglimento del ricorso per la restante parte; compensazione integrale delle spese in primo grado; conferma in appello; cassazione con rinvio limitatamente al capo sulle spese . Il punto di frizione non risiede nell’esito di merito, bensì nella qualificazione sistematica dell’autotutela sopravvenuta e nella sua idoneità a integrare una “grave ed eccezionale ragione” di compensazione.
La pronuncia muove da una premessa metodologica: nel processo tributario la compensazione delle spese non costituisce un potere discrezionale libero, ma un’eccezione tipica al principio di soccombenza. L’art. 15, comma 2, del decreto legislativo n. 546 del 1992, come modificato dal decreto legislativo 24 settembre 2015, n. 156, consente la compensazione soltanto in caso di soccombenza reciproca o di gravi ed eccezionali ragioni, da esplicitare in motivazione. Il richiamo a un imprecisato contrasto giurisprudenziale o a una generica “valutazione complessiva della lite” è stato ritenuto inidoneo, perché privo di specificità e incapace di fondare un ragionevole affidamento sulla fondatezza della posizione dell’amministrazione .
Il passaggio decisivo concerne, tuttavia, l’autotutela intervenuta in corso di causa. La Corte qualifica come illogica la compensazione fondata sul mero annullamento sopravvenuto dell’atto impugnato, in assenza di ulteriori elementi giustificativi, poiché l’iniziativa amministrativa originaria ha comunque imposto al contribuente di attivare la tutela giurisdizionale e di sostenere i relativi costi . La cessazione della materia del contendere non neutralizza retroattivamente l’interesse ad agire né cancella la necessità della difesa tecnica; al contrario, conferma che l’accesso al giudice è stato il presupposto fattuale dell’autocorrezione amministrativa.
La ricostruzione accolta rovescia una prassi diffusa nei giudizi di merito, nella quale l’autotutela sopravvenuta viene talvolta trattata come indice di collaborazione istituzionale meritevole di “premio” processuale. La decisione in commento nega tale impostazione, valorizzando la dimensione causale dell’azione amministrativa: se l’atto illegittimo ha generato il contenzioso, la successiva rimozione non elide la responsabilità processuale per le spese. In questa prospettiva, l’autotutela non opera quale fattore di equità distributiva, bensì come conferma dell’originaria infondatezza della pretesa, con conseguente applicazione del criterio della soccombenza.
L’argomentazione si inserisce in un più ampio processo di tipizzazione delle ipotesi derogatorie al principio di cui all’art. 91 del codice di procedura civile, richiamato in via sistematica nel processo tributario. La nozione di “gravi ed eccezionali ragioni” è interpretata in senso restrittivo, quale clausola di chiusura che richiede una motivazione puntuale, non apparente e non stereotipata. La genericità motivazionale integra un vizio di violazione di legge, denunciabile in sede di legittimità, poiché altera l’equilibrio normativo tra regola e deroga .
Sotto il profilo sistemico, la decisione sollecita una riflessione sulla funzione dell’autotutela nel diritto tributario. Essa è tradizionalmente concepita come potere-dovere di riesame dell’atto illegittimo o infondato, esercitabile anche in pendenza di giudizio, in un’ottica di legalità sostanziale e di economicità dell’azione amministrativa. Tuttavia, quando l’autotutela interviene solo dopo l’instaurazione del processo, essa si colloca a valle di un costo già sostenuto dal contribuente e dal sistema giustizia. Il tema delle spese diviene, allora, il luogo nel quale si misura l’effettiva internalizzazione di tali costi.
Se si ammettesse una compensazione automatica o largamente discrezionale in presenza di autotutela sopravvenuta, si determinerebbe un’asimmetria di incentivi: l’amministrazione potrebbe procrastinare il riesame, confidando nella neutralizzazione delle spese attraverso la cessazione della materia del contendere; il contribuente, invece, resterebbe esposto al rischio di sopportare costi difensivi anche in caso di piena fondatezza delle proprie ragioni. La soluzione adottata dalla Corte ripristina una coerenza allocativa, imponendo che il costo del contenzioso ricada su chi ha dato causa al processo.
Non meno significativa è la presa di posizione in ordine al richiamo a presunte incertezze interpretative. La Corte esclude che il generico riferimento a un contrasto giurisprudenziale possa integrare, di per sé, una grave ed eccezionale ragione. L’incertezza normativa, per assumere rilevanza, deve essere concreta, specificamente individuata e tale da giustificare un affidamento qualificato. Diversamente, la clausola elastica si trasformerebbe in un contenitore indeterminato, idoneo a legittimare compensazioni di fatto discrezionali.
La pronuncia, letta in controluce, valorizza la dimensione costituzionale del diritto di difesa. L’art. 24 della Costituzione, richiamato nel ricorso per cassazione, non è evocato come parametro diretto di decisione, ma costituisce lo sfondo assiologico della ricostruzione: se l’accesso alla giurisdizione è necessario per ottenere l’eliminazione dell’atto illegittimo, il relativo costo non può essere trasferito sul soggetto che ha agito per la tutela di una posizione giuridica riconosciuta come fondata. La disciplina delle spese assume così una funzione di garanzia, non meramente contabile.
Sul piano operativo, l’arresto impone ai giudici tributari un onere motivazionale rafforzato. La compensazione non può essere giustificata mediante formule di stile o richiami cumulativi alla “complessiva valutazione della lite”. Occorre individuare circostanze oggettive, eccezionali e specifiche, che rendano equa la deroga al principio di soccombenza. In mancanza, la statuizione sulle spese è esposta a censura per violazione di legge.
Le ricadute non si esauriscono nell’ambito processuale. L’amministrazione finanziaria è indotta a riconsiderare i tempi e le modalità di esercizio dell’autotutela. Un riesame tempestivo, anteriore all’instaurazione del giudizio, consente di evitare non solo il contenzioso, ma anche il rischio di condanna alle spese. L’autotutela tardiva, invece, non attenua la responsabilità processuale e può tradursi in un aggravio economico per l’ente impositore. Si realizza, in tal modo, una forma indiretta di incentivo alla qualità e alla tempestività dell’azione amministrativa.
In prospettiva teorica, la decisione contribuisce a delineare una concezione non meramente formale della cessazione della materia del contendere. Essa non è un evento neutro, ma un esito che deve essere letto alla luce della sequenza causale che lo precede. Quando la cessazione deriva dall’eliminazione dell’atto impugnato per riconosciuta illegittimità, la posizione sostanziale del contribuente risulta integralmente vittoriosa; la mancata pronuncia sul merito non altera tale qualificazione. La soccombenza, pur non cristallizzata in una sentenza di accoglimento, si manifesta sul piano sostanziale e deve riflettersi nella regolamentazione delle spese.
L’ordinanza n. 3588 del 2026, dunque, non introduce un principio innovativo in senso stretto, ma ne consolida l’applicazione, sottraendolo a prassi elastiche e talora indulgenti. In un contesto nel quale l’effettività della tutela giurisdizionale è spesso misurata anche in termini di sostenibilità economica, la disciplina delle spese diviene un indicatore della qualità sistemica del processo tributario. La riaffermazione del principio di soccombenza in presenza di autotutela sopravvenuta non rappresenta una scelta punitiva, bensì un’operazione di coerenza normativa: chi ha generato il contenzioso deve sopportarne le conseguenze, salvo circostanze davvero eccezionali e puntualmente motivate.
In questa chiave, la decisione assume una portata che trascende il caso concreto. Essa delimita l’area della discrezionalità giudiziale, rafforza l’onere motivazionale, incide sugli incentivi amministrativi e, soprattutto, ribadisce che l’equità processuale non può tradursi in un sacrificio della parte vittoriosa. L’autotutela, strumento di legalità sostanziale, non può trasformarsi in un fattore di neutralizzazione dei costi della tutela giurisdizionale quando interviene tardivamente. Il processo tributario, per conservare la propria funzione di garanzia, richiede che la regola della soccombenza operi con coerenza anche nelle ipotesi di cessazione della materia del contendere.
19 febbraio 2026
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