Le preclusioni nelle opposizioni esecutive e la stabilità dell’acquisto immobiliare. Ordinanza della Corte di Cassazione Terza Sezione Civile n. 28017/2026 del 28/10/2026

A cura dell’Avv. Francesco Cervellino

La stabilità dell’acquisto immobiliare realizzato nell’ambito dell’espropriazione forzata rappresenta uno dei punti di maggiore tensione tra effettività della tutela giurisdizionale e certezza della circolazione dei diritti. L’esecuzione forzata, infatti, non si limita a soddisfare coattivamente una pretesa creditoria, ma determina una trasformazione giuridica destinata a incidere sulla titolarità dei beni e sull’opponibilità delle situazioni soggettive preesistenti. La definitività di tale trasformazione dipende non soltanto dalle regole sostanziali che disciplinano il trasferimento, ma anche dalla corretta distribuzione temporale e funzionale dei rimedi processuali.

L’Ordinanza della Corte di Cassazione Terza Sezione Civile n. 28017/2026 pubblicata il 28/10/2026 offre un significativo punto di osservazione su questo equilibrio. La pronuncia affronta una controversia nella quale il trasferimento immobiliare conseguente a una procedura esecutiva era stato posto in relazione con precedenti formalità pubblicitarie, derivanti da un contratto preliminare e da un successivo negozio di vendita con costituzione di rendita vitalizia. La questione assume particolare rilievo perché il conflitto tra le diverse situazioni giuridiche non viene risolto attraverso una nuova e autonoma ricostruzione del regime sostanziale delle trascrizioni, ma attraverso la verifica dell’ammissibilità delle contestazioni formulate e della loro corretta collocazione processuale.

Il nucleo sistematico della decisione risiede nella relazione tra autonomia del processo esecutivo, stabilità degli effetti dell’aggiudicazione e limiti del giudizio di legittimità. Questi tre elementi, apparentemente riferibili a piani distinti, concorrono a definire un’unica esigenza ordinamentale: impedire che questioni già assoggettate a specifici strumenti di contestazione possano essere riproposte senza limiti mediante successive iniziative giudiziarie, compromettendo la certezza delle situazioni giuridiche consolidate.

L’espropriazione forzata costituisce un procedimento caratterizzato da una particolare concentrazione funzionale. Gli atti che ne scandiscono lo sviluppo non rappresentano una semplice sequenza amministrativa di operazioni, ma formano una struttura processuale nella quale la possibilità di contestare la regolarità dell’attività esecutiva è affidata a rimedi tipici, soggetti a presupposti e termini propri. La previsione di tali rimedi risponde all’esigenza di conciliare il controllo giurisdizionale con la progressiva stabilizzazione degli effetti prodotti dal procedimento.

In questo contesto, le opposizioni esecutive assumono una funzione che trascende la mera disponibilità di strumenti difensivi. Esse individuano il luogo processuale nel quale devono essere affrontate le contestazioni relative al diritto di procedere all’esecuzione, alla pignorabilità dei beni e alla regolarità degli atti, secondo la rispettiva disciplina. La distinzione tra opposizione all’esecuzione, prevista dall’articolo 615 del Codice di procedura civile, e opposizione agli atti esecutivi, regolata dall’articolo 617, è essenziale proprio perché i due rimedi rispondono a oggetti differenti e sono sottoposti a regimi diversi.

La specialità degli strumenti oppositivi non implica, tuttavia, che qualsiasi controversia riguardante un immobile trasferito in sede esecutiva sia automaticamente sottratta alla cognizione ordinaria. Una simile conclusione eccederebbe la funzione propria delle regole processuali. Occorre distinguere le contestazioni che investono direttamente la legittimità o lo svolgimento dell’espropriazione dalle controversie autonome aventi a oggetto diritti sostanziali, la cui proponibilità dipende dalla natura della situazione dedotta e dal relativo regime di tutela.

La distinzione assume rilievo decisivo anche nell’interpretazione dell’ordinanza n. 28017/2026. La Corte non formula una regola generale di immunità del decreto di trasferimento rispetto a qualsiasi successiva azione giudiziaria. Rileva, piuttosto, che nella controversia esaminata una specifica ragione decisoria, relativa alla necessità di utilizzare le opposizioni esecutive per le contestazioni concernenti la procedura espropriativa, non era stata efficacemente censurata. L’effetto preclusivo deriva quindi dalla combinazione tra disciplina dei rimedi e mancata impugnazione di una motivazione autonomamente idonea a sostenere la decisione.

Si manifesta qui un aspetto centrale della teoria dell’impugnazione: il controllo sulla decisione non può prescindere dall’individuazione delle autonome ragioni che ne costituiscono il fondamento. Quando una pronuncia è sorretta da più argomentazioni indipendenti, ciascuna sufficiente a giustificarne l’esito, la contestazione di una sola di esse può risultare priva di concreta capacità demolitoria. Anche l’eventuale fondatezza di una censura non inciderebbe infatti sulla permanenza dell’altra ragione, rimasta incontestata.

Il principio attribuisce alla struttura della motivazione una rilevanza sostanziale. La decisione giudiziale non è semplicemente un risultato accompagnato da argomenti, ma un insieme di proposizioni giuridiche il cui rapporto logico determina l’ampiezza dell’onere di impugnazione. Individuare correttamente le rationes decidendi significa comprendere quali premesse siano indispensabili al dispositivo e quali, invece, costituiscano argomentazioni accessorie o concorrenti.

Nella vicenda esaminata, la mancata contestazione di una ragione decisoria autonoma ha impedito che il ricorso potesse incidere utilmente sulla conclusione raggiunta nei precedenti gradi di giudizio. La Corte ha sottolineato come il semplice rinvio a una pagina dell’atto di appello non consentisse di superare il problema processuale già individuato dal giudice territoriale. La mera riproposizione delle questioni relative alla titolarità del bene e alla continuità delle trascrizioni non equivaleva alla specifica censura della motivazione che ne aveva escluso l’esaminabilità in quella sede.

Questa impostazione evidenzia la differenza tra contestare il risultato della decisione e contestarne il fondamento giuridico. Il dissenso rispetto all’esito di una controversia non è sufficiente a integrare un’impugnazione ammissibile. Occorre dimostrare quale errore sia stato commesso nell’applicazione delle regole di diritto o nella configurazione del percorso processuale, rispettando i limiti propri del mezzo utilizzato.

Il medesimo principio si riflette nel requisito di esposizione dei fatti di causa previsto dall’articolo 366, primo comma, numero 3, del Codice di procedura civile. Il ricorso per cassazione deve consentire di comprendere la controversia, le pretese delle parti, le difese svolte, l’andamento del processo e le argomentazioni essenziali della sentenza impugnata. Non è sufficiente accumulare riferimenti documentali, riprodurre precedenti difese o formulare contestazioni che presuppongano una ricostruzione autonoma degli atti da parte del giudice di legittimità.

L’autosufficienza del ricorso, intesa alla luce dei requisiti di chiarezza, specificità e adeguata rappresentazione della vicenda processuale, svolge una funzione di delimitazione dell’oggetto del giudizio. La sua rilevanza non si esaurisce in un’esigenza di ordine espositivo. Essa permette alla Corte di identificare l’errore denunciato senza trasformare il giudizio di legittimità in una nuova fase di ricognizione indistinta del materiale processuale.

La pronuncia del 2026 valorizza precisamente questo profilo. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, nella sua generalità, per l’inadeguata esposizione dei fatti e delle precedenti ragioni decisorie, oltre che per il mancato confronto con una motivazione autonoma della sentenza impugnata. Si tratta di due profili distinti, ma convergenti: il primo riguarda l’insufficienza della rappresentazione processuale; il secondo attiene all’inidoneità delle censure a incidere sulla decisione.

Da questa impostazione discende un’ulteriore conseguenza, relativa alla differenza tra fatto storico e documento probatorio. Il motivo di ricorso fondato sull’articolo 360, primo comma, numero 5, del Codice di procedura civile non può essere utilizzato per richiedere una nuova valutazione generalizzata degli elementi istruttori. Il documento costituisce una possibile fonte di prova di un fatto, ma non coincide necessariamente con il fatto storico decisivo il cui esame si assume omesso.

La distinzione è particolarmente importante nelle controversie immobiliari, frequentemente caratterizzate da una stratificazione di titoli, formalità ipotecarie, trascrizioni e risultanze catastali. La presenza di un documento apparentemente significativo non autorizza, da sola, a trasformare il giudizio di cassazione in una nuova verifica della ricostruzione fattuale operata nei gradi precedenti. È necessario individuare il fatto storico rilevante, dimostrarne la decisività e ricondurre la censura ai rigorosi presupposti del controllo consentito dalla disposizione.

L’ordinanza chiarisce questo aspetto rilevando che i motivi proposti si concentravano su documenti ipotecari e catastali, anziché individuare adeguatamente fatti decisivi omessi. La richiesta finiva così per assumere la natura di una rivalutazione del materiale istruttorio, estranea alla funzione ordinaria del giudizio di legittimità.

Il tema introduce una questione teorica più ampia: la distinzione tra certezza documentale e certezza giuridica. Le risultanze dei registri immobiliari e della documentazione catastale costituiscono strumenti essenziali di conoscenza, ma la loro interpretazione richiede l’applicazione delle regole che disciplinano natura, efficacia, priorità e opponibilità degli atti. La sequenza temporale delle formalità, pur assumendo rilievo in molte fattispecie, non è autonomamente sufficiente a risolvere qualsiasi conflitto.

Occorre considerare, in particolare, che la trascrizione di un contratto preliminare produce effetti disciplinati dall’articolo 2645-bis del Codice civile, mentre il trasferimento coattivo è regolato, tra l’altro, dagli articoli 2919 e 586 del medesimo codice e del Codice di procedura civile, rispettivamente. L’individuazione delle norme applicabili dipende dalla concreta struttura della fattispecie, dalla cronologia degli atti e dalla natura delle situazioni giuridiche concorrenti.

Nella controversia oggetto dell’ordinanza, i giudici di merito avevano escluso che il successivo contratto di vendita con costituzione di rendita vitalizia integrasse esecuzione del precedente preliminare. Tale ricostruzione rilevava ai fini del conflitto tra gli effetti delle formalità preesistenti e il titolo dell’aggiudicatario. Tuttavia, l’esito del giudizio di cassazione non può essere interpretato come una nuova e generale affermazione secondo cui ogni contratto di rendita vitalizia sia necessariamente inidoneo a produrre effetti collegati a un precedente preliminare.

La valutazione dell’identità o della continuità negoziale esige infatti un confronto tra contenuto delle obbligazioni, struttura causale degli atti e concreta operazione economico-giuridica realizzata. La qualificazione di un contratto non può dipendere esclusivamente dalla denominazione utilizzata dalle parti. Al tempo stesso, il passaggio da un preliminare a un negozio definitivo strutturalmente diverso può assumere rilievo ai fini della conservazione degli effetti della trascrizione, secondo la disciplina applicabile.

L’apporto della decisione non consiste quindi nel delineare una teoria generale della rendita vitalizia immobiliare. Esso risiede, prevalentemente, nell’individuazione dei limiti entro i quali una questione sostanziale può essere riesaminata quando la controversia abbia già attraversato diversi gradi di giudizio e l’impugnazione non affronti adeguatamente le ragioni processuali che ne hanno determinato l’esito.

Un ulteriore elemento significativo riguarda la chiamata del terzo e il rapporto tra decadenze e sanatoria delle nullità. La Corte rileva l’erroneità dell’impostazione che pretendeva di attribuire alla successiva costituzione del soggetto chiamato un effetto sanante rispetto alla tardività della richiesta di chiamata in giudizio.

La distinzione è sistematicamente rilevante. La nullità processuale riguarda un vizio dell’atto o della sua formazione e può, nei casi previsti, essere sanata attraverso meccanismi legali. La decadenza, invece, consegue al mancato esercizio di una facoltà entro il termine o nella fase processuale stabilita. L’avvenuta partecipazione di un soggetto al processo non determina necessariamente la ricostituzione di un potere processuale già consumato.

La disciplina delle preclusioni assume così una funzione ordinatrice. Le facoltà processuali non sono sempre recuperabili attraverso comportamenti successivi, anche quando questi appaiano idonei a realizzare, sul piano materiale, il contraddittorio. L’economia del procedimento richiede che la partecipazione delle parti e l’esercizio dei poteri difensivi avvengano secondo scansioni prevedibili, la cui inosservanza può incidere sull’ammissibilità delle iniziative.

Il punto di maggiore intensità sistematica della pronuncia emerge, tuttavia, dal rapporto tra inammissibilità dell’impugnazione e responsabilità aggravata ai sensi dell’articolo 96 del Codice di procedura civile.

La declaratoria di inammissibilità costituisce una conseguenza processuale dell’inosservanza dei requisiti previsti per l’accesso al giudizio. La responsabilità aggravata opera invece su un piano ulteriore, poiché presuppone una valutazione qualificata della condotta processuale. Non ogni impugnazione inammissibile è automaticamente temeraria, così come non ogni interpretazione giuridica successivamente disattesa integra un abuso dello strumento giudiziario.

La distinzione preserva il diritto di azione e di difesa garantito dall’articolo 24 della Costituzione. L’ordinamento non può trasformare il rischio ordinario della soccombenza in una ragione generale di dissuasione dall’accesso alla giustizia. La responsabilità aggravata deve quindi essere ricondotta a circostanze ulteriori, idonee a qualificare negativamente l’esercizio del diritto processuale.

Nel caso esaminato, la Corte ha ravvisato tali circostanze nella gravità dei vizi, anche formali, dell’impugnazione e nella mera riproposizione di argomenti già esaustivamente confutati dai giudici di merito. La temerarietà non è stata dunque fatta discendere dalla sola infondatezza della pretesa, ma dal complessivo modo in cui il ricorso era stato costruito e coltivato.

L’articolo 96 del Codice di procedura civile assume, in questa prospettiva, una funzione di responsabilizzazione dell’attività processuale. Il suo impiego deve tuttavia rimanere distinto dalla semplice compensazione delle conseguenze economiche della lite. La condanna alle spese segue ordinariamente la soccombenza, secondo la disciplina dell’articolo 91; la condanna per responsabilità aggravata richiede invece una giustificazione autonoma, fondata sui presupposti stabiliti dalla legge.

Nel dispositivo dell’ordinanza, i ricorrenti sono stati condannati in solido al pagamento di euro 5.500 per compensi del giudizio di legittimità, oltre a spese forfettarie del 15%, esborsi di euro 200 e accessori di legge. A tale importo si aggiunge un’ulteriore somma di euro 5.500 in favore del controricorrente ai sensi dell’articolo 96 del Codice di procedura civile. La Corte ha inoltre dato atto dei presupposti processuali per il versamento dell’ulteriore contributo unificato previsto dall’articolo 13, comma 1-quater, del decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, se dovuto.

La distinzione tra queste conseguenze economiche non è soltanto contabile. Essa riflette la pluralità delle funzioni svolte dalle misure applicate: rifusione degli oneri processuali, responsabilità aggravata e conseguenze contributive collegate all’esito dell’impugnazione. Non sarebbe corretto ricondurle indistintamente a un’unica sanzione.

L’impatto sistemico della decisione si estende alla prevedibilità delle operazioni di acquisto in sede esecutiva. Il valore economico di un bene trasferito attraverso un procedimento giudiziario dipende anche dalla percezione della stabilità del titolo acquisito. Quanto maggiore è l’incertezza sulla possibilità di contestazioni successive, tanto più elevati possono risultare i costi di verifica, il rischio giuridico percepito e le difficoltà di successiva circolazione del bene.

La certezza del trasferimento svolge, pertanto, una funzione economica oltre che strettamente giuridica. Essa contribuisce alla liquidabilità dei beni sottoposti a espropriazione e all’effettività della soddisfazione dei creditori, senza che ciò comporti il sacrificio indiscriminato dei diritti dei soggetti coinvolti. La stabilità non deriva dall’assenza di tutela, ma dalla sua organizzazione mediante rimedi riconoscibili, tempi determinati e regole di preclusione.

Ne discende una diversa impostazione dell’analisi delle controversie successive all’aggiudicazione. Il primo problema non consiste necessariamente nello stabilire quale documento presenti la data più risalente o quale formalità risulti ancora visibile nei registri. Occorre preliminarmente qualificare la pretesa, individuare il suo oggetto effettivo e verificare se essa investa il procedimento esecutivo, l’opponibilità di un diritto o un rapporto sostanziale autonomo.

Solo dopo questa qualificazione può essere individuato il rimedio processuale appropriato. L’errata scelta dello strumento di tutela non rappresenta un inconveniente meramente formale: può determinare la perdita della possibilità di sottoporre utilmente al giudice una questione che, in astratto, avrebbe potuto essere esaminata in una diversa sede o fase.

Analogamente, nella valutazione di una decisione sfavorevole, diventa essenziale ricostruire tutte le ragioni autonome poste a fondamento del dispositivo. La selezione dei motivi di impugnazione deve essere preceduta da una verifica della loro effettiva idoneità a modificare l’esito della controversia. Un motivo astrattamente persuasivo può risultare processualmente inutile quando lasci intatta una diversa ragione sufficiente a sorreggere la pronuncia.

Lo stesso criterio vale per l’impiego delle prove documentali. Una certificazione ipotecaria o una visura possono assumere notevole rilevanza nel giudizio di merito, ma non per questo diventano automaticamente strumenti idonei a fondare un motivo di ricorso per cassazione. La corretta individuazione del fatto giuridicamente decisivo e del vizio denunciabile rappresenta il passaggio necessario tra l’acquisizione del documento e la formulazione della censura.

La pronuncia conduce infine a una considerazione di portata più generale. La qualità dell’impugnazione non coincide con la quantità delle argomentazioni sviluppate. La prolissità può anzi compromettere l’identificazione del problema giuridico quando accompagni una rappresentazione incompleta del processo e una ripetizione di contestazioni già superate.

Il rigore richiesto al ricorso per cassazione esprime una concezione funzionale della tecnica processuale. Chiarezza, specificità e confronto con la motivazione impugnata non costituiscono valori puramente formali, ma condizioni attraverso le quali il controllo di legittimità può essere esercitato nel rispetto della sua funzione istituzionale.

La vicenda conferma, in definitiva, che la stabilità dell’acquisto immobiliare in sede esecutiva e la disciplina delle impugnazioni appartengono a un medesimo disegno di certezza giuridica. La possibilità di contestare un trasferimento coattivo deve essere effettiva, ma non indefinitamente riproducibile; il controllo sulle decisioni deve essere rigoroso, ma non trasformarsi in una duplicazione dei giudizi di merito; l’esercizio della difesa deve rimanere libero, senza sottrarsi alle conseguenze previste per le iniziative caratterizzate da temerarietà.

L’Ordinanza della Corte di Cassazione Terza Sezione Civile n. 28017/2026 consente così di cogliere un principio di equilibrio: la certezza del trasferimento immobiliare non nasce dall’incontestabilità assoluta dell’aggiudicazione, ma dalla corretta articolazione dei rimedi, dalla stabilità delle preclusioni e dalla responsabilità nell’esercizio delle impugnazioni.

30 ottobre 2026

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L’autonomia del domicilio come limite all’acquisizione della prova tributaria: Ordinanza della Corte di Cassazione Sezione Tributaria n. 27858/2026 del 27/10/2026

A cura dell’Avv. Francesco Cervellino

L’esercizio dei poteri istruttori dell’Amministrazione finanziaria si colloca in una zona di particolare tensione tra l’interesse pubblico all’accertamento della capacità contributiva e la tutela costituzionale delle libertà individuali. Tale tensione assume una rilevanza specifica quando l’attività di verifica comporta l’ingresso in luoghi sottratti alla libera disponibilità degli organi investigativi, poiché il potere di acquisire elementi probatori incontra un limite che non deriva dalla natura fiscale dell’indagine, ma dalla posizione costituzionale riconosciuta al domicilio.

In questo quadro, la questione dell’estensione territoriale dell’autorizzazione all’accesso non costituisce un problema meramente procedurale. Essa coinvolge la delimitazione stessa del potere amministrativo e la possibilità di utilizzare, ai fini dell’imposizione, informazioni ottenute attraverso un’attività investigativa esercitata oltre i confini consentiti.

L’Ordinanza della Corte di Cassazione Sezione Tributaria n. 27858/2026 pubblicata il 27/10/2026 offre un significativo punto di riferimento per ricostruire il rapporto tra legittimità dell’accesso, autonomia giuridica dei luoghi e utilizzabilità della documentazione acquisita. La pronuncia riafferma che l’autorizzazione giudiziaria non può essere interpretata come un titolo genericamente estensibile a qualsiasi ambiente situato nel medesimo edificio, quando il luogo effettivamente ispezionato appartenga a terzi e risulti privo di collegamento fisico o giuridico con quelli espressamente autorizzati.

La portata della decisione emerge soprattutto considerando che la regolarità della prova tributaria non dipende esclusivamente dalla sua capacità di rappresentare fatti economicamente rilevanti. La documentazione può essere materialmente esistente, apparentemente attendibile e persino idonea a ricostruire operazioni non dichiarate, senza che ciò sia sufficiente a legittimarne l’impiego nell’accertamento. Quando l’acquisizione avviene attraverso la violazione di una garanzia costituzionale, il problema si sposta dalla veridicità del contenuto documentale alla legittimità del procedimento attraverso il quale l’Amministrazione ne ha ottenuto la disponibilità.

Il fondamento di questa impostazione deve essere ricercato nell’articolo 14 della Costituzione, che riconosce l’inviolabilità del domicilio e sottopone ispezioni, perquisizioni e sequestri alle garanzie stabilite per la tutela della libertà personale, ferma restando la possibilità di prevedere accertamenti e ispezioni per motivi fiscali regolati da leggi speciali. La disposizione costituzionale non introduce una sottrazione generalizzata dei luoghi privati al controllo tributario, ma impone che l’esercizio del potere ispettivo avvenga entro un perimetro normativamente definito.

Sul piano della disciplina ordinaria, l’articolo 52 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, rappresenta il riferimento centrale in materia di accessi, ispezioni e verifiche ai fini dell’imposta sul valore aggiunto. La disposizione stabilisce condizioni e garanzie differenziate in relazione alla destinazione dei locali e alla natura dell’ingerenza esercitata. Il richiamo operato dall’articolo 33 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, ne estende la rilevanza anche nell’ambito delle verifiche relative alle imposte sui redditi.

Ne deriva una conseguenza sistematica: l’autorizzazione costituisce uno strumento di legittimazione dell’ingerenza, non una generica attribuzione di poteri investigativi svincolata dalle condizioni che ne hanno giustificato il rilascio.

La distinzione è decisiva perché consente di individuare la funzione sostanziale dell’autorizzazione. Essa non rappresenta soltanto una formalità preliminare all’esecuzione dell’accesso, ma delimita l’ambito entro il quale l’interesse fiscale può comprimere una posizione giuridica costituzionalmente protetta.

Sotto questo profilo, l’individuazione dei locali assume un rilievo autonomo rispetto all’identificazione del soggetto sottoposto a controllo. La circostanza che determinati ambienti si trovino nelle immediate vicinanze della sede dell’attività verificata non comporta necessariamente che essi appartengano alla medesima sfera giuridica. La prossimità materiale non equivale alla contiguità giuridica, così come l’appartenenza a un unico complesso immobiliare non determina automaticamente l’unitarietà dei domicili.

È proprio questa distinzione a costituire uno dei passaggi più rilevanti della pronuncia.

La Corte non considera sufficiente la collocazione dei locali all’interno dello stesso edificio. Attribuisce invece rilevanza alla proprietà di soggetti terzi, all’assenza di collegamento con gli ambienti autorizzati e all’autonomia dell’accesso. Tali elementi concorrono a qualificare il luogo dell’acquisizione documentale come un domicilio distinto, rispetto al quale l’autorizzazione originaria non è idonea a giustificare l’ingresso.

Il principio consente di superare una concezione puramente spaziale dell’attività ispettiva. Il confine del potere investigativo non coincide necessariamente con un muro, un piano o un edificio, ma con l’ambito giuridico al quale si riferisce la legittimazione all’accesso.

La tutela del domicilio assume così una dimensione relazionale: ciò che rileva non è soltanto dove si trovi un ambiente, ma a quale sfera giuridicamente protetta esso appartenga e se l’autorità disponga di un titolo idoneo a penetrarvi.

Da questa ricostruzione discende un’ulteriore implicazione. L’autorizzazione giudiziaria non può essere ampliata retroattivamente sulla base dell’utilità delle informazioni reperite. Diversamente, la scoperta di documenti fiscalmente significativi finirebbe per giustificare l’ingresso che ne ha consentito il rinvenimento, determinando un’inversione del rapporto logico e giuridico tra legittimazione del potere e risultato dell’indagine.

La regolarità dell’accesso deve invece essere valutata in relazione alle condizioni esistenti al momento dell’esercizio del potere, non alla rilevanza probatoria successivamente attribuita ai documenti.

Questa impostazione permette di distinguere due piani frequentemente sovrapposti nell’accertamento tributario: l’attitudine dimostrativa del materiale acquisito e la sua utilizzabilità giuridica.

Il primo riguarda il contenuto della prova, la coerenza delle informazioni e la capacità degli elementi documentali di sostenere la ricostruzione della materia imponibile. Il secondo concerne la conformità dell’attività acquisitiva alle norme che regolano l’esercizio del potere amministrativo.

Una prova può risultare significativa sotto il profilo conoscitivo, ma essere inutilizzabile sul piano giuridico. L’interesse pubblico alla corretta determinazione dell’imposta non elimina automaticamente questa distinzione, poiché la legalità dell’imposizione riguarda tanto il risultato dell’accertamento quanto le modalità attraverso le quali esso viene perseguito.

L’ordinanza n. 27858/2026 attribuisce particolare consistenza a tale separazione, riconoscendo che la documentazione reperita in un domicilio autonomo, non compreso nell’autorizzazione e appartenente a terzi, non può costituire il fondamento dell’atto impositivo.

Non si tratta, tuttavia, di affermare un principio generale secondo cui qualsiasi irregolarità commessa durante una verifica fiscale determina necessariamente l’inutilizzabilità degli elementi raccolti. La conclusione della Corte si colloca in un ambito più specifico, caratterizzato dalla violazione delle garanzie relative all’accesso domiciliare.

Questa precisazione è essenziale per evitare un’estensione indiscriminata del principio. La gravità della conseguenza discende dalla natura del limite violato e dalla particolare protezione riconosciuta al luogo nel quale è stata esercitata l’attività investigativa.

La soluzione si inserisce, inoltre, in un orientamento giurisprudenziale già riconoscibile. La stessa decisione richiama l’Ordinanza della Corte di Cassazione n. 6802/2022, intervenuta su una controversia relativa alla medesima documentazione acquisita irregolarmente, nonché precedenti delle Sezioni Unite e della Sezione Tributaria, rispettivamente contraddistinti dai numeri 16424/2002 e 4498/2013.

La rilevanza di tali richiami consiste nella continuità del criterio di giudizio: l’autonomia del domicilio, quando giuridicamente rilevante, impedisce di considerare sufficiente un’autorizzazione rilasciata per ambienti diversi.

Una prospettiva ulteriore riguarda la relazione tra proprietà, disponibilità e protezione domiciliare.

La proprietà di terzi rappresenta, nella fattispecie esaminata, un elemento determinante della ricostruzione giudiziale, ma il ragionamento non dovrebbe essere ridotto alla semplice identificazione catastale dell’immobile. Sul piano sistematico, la tutela del domicilio riguarda una sfera di riservatezza e di autonomia giuridica la cui individuazione richiede attenzione alla concreta destinazione del luogo e ai rapporti che ne disciplinano la disponibilità.

La proprietà, dunque, assume particolare valore nel caso deciso perché si accompagna alla mancanza di collegamento fisico o giuridico con i locali autorizzati. È questa combinazione di circostanze a rendere illegittima l’estensione dell’accesso.

Ne consegue che il criterio dell’autonomia non può essere applicato attraverso automatismi fondati esclusivamente sulla separazione architettonica o sulla coincidenza degli indirizzi. La verifica della legittimità richiede di accertare la corrispondenza tra il luogo effettivamente ispezionato e quello per il quale sussisteva il necessario titolo autorizzativo.

La questione produce conseguenze anche sul rapporto tra istruttoria e motivazione dell’atto impositivo.

Quando l’accertamento si fonda su documentazione acquisita illegittimamente, l’esclusione di tale materiale incide sulla struttura probatoria della pretesa tributaria. Occorre distinguere, in termini generali, la situazione nella quale permangano elementi autonomi e ritualmente acquisiti da quella nella quale la ricostruzione dell’imponibile dipenda integralmente dalla documentazione inutilizzabile.

Nel primo caso, la valutazione della tenuta dell’accertamento richiede un esame delle ulteriori risultanze istruttorie e del loro effettivo contenuto dimostrativo. Nel secondo, l’eliminazione della fonte documentale può privare l’atto del suo indispensabile fondamento probatorio.

La controversia definita dall’ordinanza n. 27858/2026 appartiene a quest’ultima prospettiva, tanto che la Corte, dopo aver riconosciuto la fondatezza della censura relativa all’accesso, ha ritenuto possibile definire il giudizio con l’accoglimento del ricorso originario, senza necessità di ulteriori accertamenti in fatto.

La pronuncia dimostra, quindi, che l’inutilizzabilità della prova non si esaurisce in una valutazione astratta della regolarità procedimentale, ma può incidere direttamente sulla possibilità di conservare la pretesa impositiva.

Particolarmente significativa è anche la circostanza che l’accoglimento della questione relativa all’accesso abbia assorbito l’ulteriore censura concernente il potere di sottoscrizione dell’atto. Ciò evidenzia come un vizio collocato nella fase di acquisizione del materiale probatorio possa assumere efficacia decisiva rispetto all’intera controversia, rendendo superfluo l’esame di ulteriori profili di illegittimità.

Sul piano applicativo, il principio impone di attribuire alla ricostruzione materiale e giuridica dei luoghi una funzione centrale nella valutazione della legittimità dell’attività di controllo.

La verifica della corrispondenza tra autorizzazione ed effettivo ambito dell’accesso deve riguardare l’identificazione degli ambienti, la loro destinazione, la disponibilità giuridica, l’eventuale presenza di ingressi autonomi e l’esistenza di collegamenti che possano assumere rilevanza ai fini dell’estensione del titolo autorizzativo.

Questi elementi non rappresentano dettagli secondari dell’attività ispettiva. Possono risultare determinanti per stabilire se l’acquisizione documentale sia avvenuta nel rispetto della legge e, conseguentemente, se le informazioni raccolte possano essere legittimamente utilizzate.

L’autonomia del domicilio richiede, inoltre, particolare attenzione nelle strutture immobiliari complesse, nelle quali più unità funzionalmente distinte possono essere collocate all’interno dello stesso edificio. La condivisione di scale, cortili, accessi comuni o altri elementi architettonici non consente, di per sé, di presumere l’identità della sfera giuridica protetta.

Allo stesso modo, la possibile rilevanza fiscale di documenti custoditi in locali differenti non costituisce una ragione sufficiente per superare i limiti dell’autorizzazione.

L’effettività del controllo tributario deve quindi essere perseguita mediante un esercizio puntuale e proporzionato dei poteri attribuiti dall’ordinamento, non attraverso un’interpretazione estensiva delle condizioni che legittimano l’ingresso nei luoghi protetti.

Il principio assume anche una funzione preventiva. Una corretta delimitazione dell’accesso riduce il rischio che l’attività istruttoria produca risultati inutilizzabili, preservando la stabilità dell’accertamento e la coerenza dell’azione amministrativa con il quadro costituzionale.

In questa prospettiva, la garanzia domiciliare non opera soltanto come strumento di reazione contro un’attività illegittima, ma come criterio organizzativo dell’esercizio del potere. Essa orienta preventivamente le modalità di esecuzione dei controlli e contribuisce a definire le condizioni di affidabilità giuridica della prova.

Il significato più profondo dell’ordinanza risiede proprio in questa relazione tra tutela costituzionale e validità dell’azione impositiva.

L’accertamento tributario non può essere concepito come un procedimento nel quale il valore conoscitivo del risultato giustifichi autonomamente qualsiasi modalità di acquisizione. La ricerca della capacità contributiva deve svolgersi all’interno di un sistema di garanzie che attribuisce rilevanza non soltanto al contenuto della prova, ma anche alla legittimità della sua formazione e acquisizione.

L’Ordinanza della Corte di Cassazione Sezione Tributaria n. 27858/2026 riafferma, in definitiva, che il limite territoriale dell’autorizzazione costituisce una componente sostanziale della legalità dell’accesso. L’ingresso in un domicilio autonomo di terzi, non compreso nel titolo autorizzativo e privo dei necessari collegamenti con gli ambienti legittimamente ispezionabili, determina l’illegittimità dell’acquisizione documentale e impedisce di utilizzare i documenti così reperiti a fondamento dell’accertamento.

La legittimità della pretesa tributaria non può essere separata dalla legittimità del percorso istruttorio che la sostiene. La protezione del domicilio non costituisce un ostacolo estraneo alla funzione fiscale, ma una delle condizioni attraverso le quali l’ordinamento assicura che il potere di accertamento rimanga compatibile con i diritti fondamentali.

29 ottobre 2026

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L’assegnazione della casa familiare tra tutela abitativa e responsabilità patrimoniale: Sentenza della Corte di Cassazione Terza Sezione Civile n. 27654/2026 del 23/10/2026

A cura dell’Avv. Francesco Cervellino

La protezione della casa familiare, quando interviene la crisi del rapporto coniugale, si colloca all’intersezione di due esigenze giuridiche che non sempre risultano conciliabili: la conservazione dell’ambiente domestico quale luogo di continuità delle relazioni familiari e la tutela delle ragioni creditorie attraverso l’assoggettamento dei beni del debitore all’esecuzione forzata. Il problema assume particolare complessità quando l’immobile assegnato a uno dei coniugi appartenga, originariamente, a entrambi e venga successivamente trasferito in proprietà esclusiva al soggetto già beneficiario dell’assegnazione.

In questa configurazione, il provvedimento giudiziale di assegnazione e il titolo di proprietà, pur riferendosi al medesimo bene, operano secondo logiche differenti. Il primo risponde alla necessità di preservare un interesse familiare qualificato; il secondo esprime l’appartenenza patrimoniale del bene e, conseguentemente, la sua ordinaria esposizione alla garanzia dei creditori.

La questione centrale non consiste, pertanto, nell’accertare se la casa familiare costituisca un bene astrattamente espropriabile, quanto nello stabilire se il diritto derivante dall’assegnazione possa conservare una propria autonomia e opponibilità quando il beneficiario acquisisca anche la piena proprietà dell’immobile.

Su questa specifica interferenza interviene la Sentenza della Corte di Cassazione Terza Sezione Civile n. 27654/2026 pubblicata il 23/10/2026, che offre un criterio interpretativo rilevante per delimitare la funzione dell’assegnazione della casa familiare rispetto all’esercizio dell’azione esecutiva.

Il punto di partenza sistematico è rappresentato dalla distinzione tra destinazione familiare dell’immobile e regime giuridico della sua appartenenza.

L’articolo 337-sexies del codice civile, nel disciplinare l’assegnazione della casa familiare, collega il godimento dell’abitazione alla considerazione prioritaria dell’interesse dei figli. La disposizione non istituisce un patrimonio separato né introduce un generale vincolo di impignorabilità. Essa configura, piuttosto, una posizione giuridica funzionale alla conservazione dell’habitat domestico, la cui giustificazione risiede nella continuità delle condizioni di vita della prole.

La tutela è dunque finalizzata, non assoluta.

La qualificazione del diritto dell’assegnatario assume, sotto questo profilo, un’importanza decisiva. Il provvedimento di assegnazione non produce, di per sé, un diritto reale di abitazione assimilabile a quello disciplinato dagli articoli 1022 e seguenti del codice civile. Esso attribuisce un diritto personale di godimento, opponibile ai terzi secondo il regime previsto dall’ordinamento, ma ontologicamente distinto dal diritto di proprietà.

La distinzione impedisce di sovrapporre il diritto derivante dall’assegnazione alla costituzione di un autonomo diritto reale limitato. Il richiamo giurisprudenziale al diritto di abitazione deve pertanto essere interpretato in relazione alla funzione del provvedimento familiare e non come automatica trasformazione della posizione dell’assegnatario in un diritto reale tipico.

Questa precisazione consente di comprendere perché l’assegnazione possa assumere rilievo nei confronti dei terzi senza comportare necessariamente l’esclusione dell’immobile dall’esecuzione forzata.

La responsabilità patrimoniale generale, sancita dall’articolo 2740 del codice civile, stabilisce infatti che il debitore risponde dell’adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri, salve le limitazioni espressamente previste dalla legge. L’assegnazione della casa familiare non rientra, in quanto tale, tra le fattispecie che determinano un’esenzione generale del bene dall’aggressione esecutiva.

Occorre distinguere l’impignorabilità del bene dall’opponibilità del diritto di godimento.

La prima esclude, nei limiti stabiliti dall’ordinamento, l’esercizio dell’espropriazione. La seconda incide sulla posizione giuridica dell’acquirente e sulla concreta utilizzabilità del bene, senza necessariamente impedire il trasferimento coattivo della proprietà.

Un immobile può, quindi, essere legittimamente pignorato e venduto pur risultando gravato da una posizione di godimento opponibile all’aggiudicatario. In tale ipotesi, l’incidenza economica dell’assegnazione si manifesta principalmente nella valutazione del bene e nelle condizioni giuridiche del suo acquisto.

Il collegamento tra tutela familiare ed esecuzione immobiliare assume così una dimensione non soltanto civilistica, ma anche economica. Il provvedimento di assegnazione può influenzare il valore realizzabile dall’immobile, poiché l’acquirente deve considerare l’eventuale permanenza di un diritto di godimento altrui.

L’opponibilità, tuttavia, non è incondizionata.

La disciplina richiede di considerare la trascrizione del provvedimento, la successione temporale degli atti e delle formalità rilevanti e la posizione del creditore procedente. Il coordinamento con gli articoli 2643 e seguenti del codice civile e con le regole dell’esecuzione immobiliare rende essenziale l’individuazione del momento in cui la posizione abitativa diviene giuridicamente opponibile rispetto ai diritti dei terzi.

La sentenza n. 27654/2026 richiama espressamente la rilevanza dell’anteriorità della trascrizione rispetto alle formalità poste a fondamento dell’esecuzione, senza trasformare tale requisito in una garanzia generale contro l’espropriazione.

In questa prospettiva emerge una prima tensione strutturale: il diritto di godimento familiare è concepito per stabilizzare una situazione abitativa, mentre il diritto dell’esecuzione è funzionalmente orientato alla liquidazione coattiva del patrimonio. Il punto di equilibrio non consiste nel sacrificio automatico dell’una o dell’altra posizione, ma nella delimitazione dei rispettivi effetti giuridici.

Il quadro diviene più articolato quando l’assegnatario acquisisce successivamente l’intera proprietà dell’immobile.

In tale circostanza, la coesistenza del titolo attributivo del godimento e del diritto dominicale solleva una questione diversa rispetto alla semplice opponibilità dell’assegnazione a un proprietario terzo.

Il soggetto che inizialmente occupava l’immobile in forza di un provvedimento giudiziale, esercitando un diritto di godimento giuridicamente distinto dalla proprietà altrui, diviene titolare dell’intero diritto di proprietà. Viene così meno, rispetto alla sua posizione dominicale, quella separazione soggettiva e funzionale sulla quale si fondava la possibilità di opporre il godimento al proprietario del bene.

Non si tratta necessariamente di ricondurre la vicenda, in senso tecnico, alla consolidazione prevista per i diritti reali limitati. Una simile assimilazione risulterebbe problematica proprio per la natura personale del diritto derivante dall’assegnazione.

Il fenomeno può essere più correttamente interpretato come perdita dell’autonoma rilevanza oppositiva dell’assegnazione nei confronti dell’esecuzione avente ad oggetto la piena proprietà dello stesso beneficiario.

La proprietà assorbe, sotto il profilo della disponibilità giuridica del bene, le facoltà materiali che l’assegnazione precedentemente consentiva di esercitare. Non ne consegue automaticamente che ogni funzione familiare dell’immobile venga meno, ma che tale destinazione non può essere utilizzata dal proprietario debitore come titolo separato per neutralizzare l’azione esecutiva sulla propria proprietà.

È in questo passaggio che si colloca il nucleo più significativo della pronuncia.

La Corte afferma che il coniuge inizialmente assegnatario della casa familiare, divenuto successivamente proprietario esclusivo dell’immobile, non può opporre ai creditori procedenti il diritto derivante dall’assegnazione quando l’esecuzione riguardi la piena proprietà del bene.

Il principio non riguarda una generica prevalenza del credito sulla tutela della famiglia. Individua piuttosto il limite entro il quale una posizione giuridica costituita per disciplinare il godimento di un immobile può essere invocata dal soggetto che di quello stesso immobile è ormai proprietario.

La distinzione è determinante.

La permanenza di esigenze abitative familiari non modifica automaticamente la struttura della responsabilità patrimoniale. L’interesse alla conservazione dell’abitazione continua a possedere rilevanza nell’ambito dei rapporti familiari, ma non si converte in una causa autonoma di sottrazione del bene alle pretese dei creditori del proprietario.

Da questo punto di vista, la decisione si inserisce in una concezione funzionale delle situazioni giuridiche soggettive: ogni posizione deve essere esercitata entro il perimetro degli interessi per i quali l’ordinamento la riconosce.

Il provvedimento di assegnazione non nasce per attribuire al beneficiario una protezione patrimoniale generalizzata. La sua funzione è assicurare, ricorrendone i presupposti, la continuità abitativa della prole. Utilizzarlo per sottrarre all’esecuzione la proprietà del medesimo beneficiario significherebbe attribuirgli effetti ulteriori rispetto alla sua funzione originaria.

La pronuncia presenta, tuttavia, un elemento che richiede particolare attenzione interpretativa.

Nella motivazione viene rilevata una carenza delle allegazioni concernenti il momento di cessazione della convivenza della figlia e la durata della destinazione dell’immobile ad abitazione familiare. Tale profilo concorre all’inammissibilità della censura, ma non equivale a un accertamento giudiziale dell’effettiva cessazione della convivenza.

Sarebbe dunque improprio ricavare dalla decisione il principio secondo cui, nel caso esaminato, la pignorabilità discenda necessariamente dalla dimostrata cessazione della coabitazione con la prole.

La ragione decisiva del rigetto, relativamente alla questione abitativa, risiede invece nella posizione della ricorrente, assoggettata all’esecuzione anche in proprio e successivamente divenuta titolare dell’intero immobile.

Questa puntualizzazione permette di separare due fenomeni giuridici che, pur potendo convergere negli effetti, conservano presupposti differenti.

Il primo riguarda la cessazione delle condizioni che giustificano l’assegnazione della casa familiare. Il secondo concerne l’impossibilità per l’assegnatario, divenuto proprietario esclusivo e debitore esecutato, di utilizzare l’originaria assegnazione come situazione soggettiva distinta e opponibile ai propri creditori procedenti.

Confondere le due fattispecie significherebbe trasformare una decisione sul rapporto tra assegnazione, proprietà ed esecuzione in una pronuncia generale sulla perdita del diritto abitativo per cessazione della convivenza.

La corretta individuazione della ratio decidendi assume anche un valore metodologico. La portata di un precedente non può essere ricavata isolando un elemento della vicenda familiare, ma deve essere ricostruita attraverso il rapporto tra la questione sottoposta al giudizio, le ragioni effettivamente decisive e il principio di diritto enunciato.

Vi è, inoltre, una dimensione temporale della vicenda che merita un’autonoma considerazione.

L’assegnazione della casa familiare, il trasferimento delle quote di proprietà, la costituzione delle garanzie, l’insorgenza dell’inadempimento e l’avvio dell’esecuzione possono collocarsi in momenti differenti. La loro successione non rappresenta una circostanza meramente cronologica, poiché ciascun evento può modificare la posizione dei soggetti coinvolti e il grado di opponibilità delle rispettive pretese.

Un trasferimento immobiliare effettuato nell’ambito degli accordi di separazione o divorzio non determina, per il solo fatto di essere funzionale alla regolazione dei rapporti familiari, l’estinzione delle garanzie precedentemente costituite né l’inopponibilità delle pretese creditorie.

Analogamente, l’acquisizione della quota appartenente all’altro coniuge non comporta necessariamente l’assunzione personale di tutte le obbligazioni di quest’ultimo. Occorre distinguere il subentro nella titolarità del bene, la permanenza dei vincoli reali e l’eventuale responsabilità personale derivante da specifici rapporti obbligatori.

La distinzione tra responsabilità personale e assoggettamento del bene alla garanzia reale impedisce di attribuire al semplice trasferimento della proprietà effetti obbligatori che non discendano dal relativo titolo.

Nella vicenda esaminata, peraltro, la posizione della proprietaria risultava già caratterizzata da un proprio coinvolgimento nell’obbligazione garantita e nell’espropriazione. Anche questo elemento delimita la portata del principio, evitando generalizzazioni rispetto a situazioni nelle quali il beneficiario dell’assegnazione non rivesta la qualità di debitore esecutato.

Le conseguenze applicative sono significative.

Nella regolazione patrimoniale della crisi familiare, il trasferimento della proprietà dell’abitazione non può essere valutato esclusivamente in funzione dell’attribuzione economica tra i coniugi. È necessario considerare l’esistenza delle garanzie, la situazione debitoria, la trascrizione degli atti, l’eventuale pendenza di iniziative esecutive e gli effetti dell’attribuzione dominicale sull’autonomia della posizione abitativa.

L’assegnazione e il trasferimento della proprietà perseguono finalità giuridiche differenti e non sono strumenti necessariamente cumulabili nei loro effetti protettivi verso i creditori.

Ne discende anche un’esigenza di coerenza nella valutazione economica dell’immobile.

Quando il diritto di godimento familiare sia opponibile a soggetti diversi dal beneficiario, esso può incidere sul valore del bene in sede di vendita forzata. Quando, invece, la piena proprietà appartenga allo stesso assegnatario debitore e l’assegnazione non sia autonomamente opponibile, non può presupporsi un identico effetto di compressione del valore fondato sulla permanenza del suo originario titolo abitativo.

La differenza assume rilievo nella determinazione del prezzo di vendita, nella rappresentazione delle condizioni giuridiche dell’immobile e nella trasparenza delle informazioni destinate ai potenziali acquirenti.

Il giudice dell’esecuzione deve considerare le situazioni opponibili che incidono effettivamente sul godimento e sul valore del bene, senza assimilare ogni precedente provvedimento di assegnazione a un vincolo perpetuo o necessariamente resistente al trasferimento coattivo.

La decisione chiarisce anche l’importanza della corretta individuazione dei rimedi processuali. Le contestazioni relative ai provvedimenti di liberazione dell’immobile devono essere introdotte attraverso gli strumenti previsti per gli atti del processo esecutivo, non potendo essere indistintamente ricondotte all’opposizione all’esecuzione.

La disciplina dell’articolo 617 del codice di procedura civile conserva pertanto una funzione di delimitazione tra contestazioni concernenti il diritto di procedere esecutivamente e doglianze relative alla regolarità degli atti e dei provvedimenti dell’esecuzione.

L’effettività della tutela dipende anche dalla corretta qualificazione dell’oggetto della contestazione.

L’esito sistemico della sentenza n. 27654/2026 può essere ricondotto a un criterio di separazione funzionale: la tutela abitativa della famiglia non modifica, per il solo fatto della sua esistenza, il regime di responsabilità patrimoniale del soggetto proprietario.

L’assegnazione opera sul piano del godimento e della protezione degli interessi familiari; la proprietà opera sul piano dell’appartenenza del bene e della sua esposizione alle pretese creditorie. I due regimi possono interagire, ma non possono essere sovrapposti sino ad attribuire all’assegnazione un’efficacia espropriativa negativa che la legge non contempla.

La protezione della casa familiare deve dunque essere interpretata secondo un criterio di proporzionalità funzionale: piena efficacia rispetto agli interessi tutelati dalla disciplina familiare, ma impossibilità di convertirla, senza una specifica base normativa, in uno strumento di segregazione patrimoniale.

La conclusione è particolarmente rilevante perché evita due opposti errori interpretativi. Da un lato, impedisce di sostenere che l’assegnazione renda sempre impignorabile l’immobile; dall’altro, esclude che la presenza di creditori annulli automaticamente ogni effetto opponibile del provvedimento familiare.

La soluzione dipende dalla configurazione concreta dei diritti, dalla titolarità della proprietà, dalla posizione del soggetto esecutato e dalla sequenza delle formalità rilevanti.

È proprio questa lettura differenziata a restituire coerenza al rapporto tra protezione familiare e garanzia patrimoniale: la tutela dell’abitazione conserva la propria autonomia funzionale, ma non può essere impiegata per sottrarre il proprietario debitore alle conseguenze dell’appartenenza patrimoniale del bene.

27 ottobre 2026

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