Autore: Francesco Cervellino

La sentenza del Tribunale di Siena n. 330/2025: un’analisi sistematica del divorzio congiunto nel quadro del nuovo rito unificato e della responsabilità genitoriale condivisa

A cura dell’Avv. Francesca Coppola

La pronuncia del Tribunale di Siena del 17 novembre 2025 costituisce un significativo contributo interpretativo nell’ambito della disciplina del divorzio congiunto, inserita nel rinnovato impianto processuale delineato dal rito unico in materia di persone, minorenni e famiglie. L’assetto procedimentale, ridefinito dal legislatore al fine di realizzare una più elevata efficienza processuale e una maggior tutela dei diritti delle parti, trova in questa decisione un esempio paradigmatico di applicazione coerente e sistematicamente consapevole delle norme introdotte dagli artt. 473-bis e seguenti del codice di procedura civile.

Il procedimento si presenta sin dall’origine caratterizzato da una prospettiva collaborativa, in quanto i coniugi, già separati in sede giudiziale da diversi anni, hanno manifestato congiuntamente e senza ambiguità la volontà di porre termine agli effetti civili del matrimonio. Tale dichiarazione appare conforme ai presupposti di cui all’art. 3, comma 2, lettera b), della legge n. 898 del 1970, che attribuisce rilievo alla duratura crisi coniugale già emersa e consolidata, consentendo di procedere alla cessazione del vincolo con modalità semplificate rispetto a quelle tipiche del contenzioso.

L’analisi del provvedimento rivela come il Tribunale abbia esercitato un controllo puntuale sull’accordo raggiunto dalle parti, verificandone la compatibilità con l’interesse superiore della prole e con i principi cardine dell’ordinamento. Il giudice, conformemente alla funzione di garanzia che gli è propria nei procedimenti consensuali, ha valutato la rispondenza delle condizioni concordate alle esigenze materiali e relazionali della figlia minore, la cui posizione rappresenta il centro gravitazionale dell’intero sistema normativo in tema di responsabilità genitoriale.

Particolarmente significativo risulta il modo in cui viene declinato il modello dell’affidamento condiviso, nella versione consolidata dalla giurisprudenza successiva alla riforma del 2006 e sempre più orientata verso un effettivo equilibrio tra le figure genitoriali. La collocazione prevalente della minore presso la madre non è interpretata come deroga al principio di bigenitorialità, poiché l’impianto complessivo dell’accordo denota una volontà di cooperazione sostanziale, orientata a garantire la continuità affettiva e la piena partecipazione di entrambi i genitori alle decisioni determinanti riguardanti educazione, istruzione e cura.

Il Tribunale sottolinea implicitamente come la previsione di un ampio regime di frequentazione, adattato al calendario scolastico e alle esigenze evolutive della minore, costituisca indice di una significativa maturità relazionale dei genitori. Tale cooperazione, che si manifesta in un assetto comunicativo fluido e non conflittuale, integra quella diligenza professionale qualificata che l’ordinamento richiede nella gestione della responsabilità genitoriale e che si concreta nella capacità di assumere decisioni condivise, di gestire gli imprevisti e di armonizzare i rispettivi impegni con le esigenze della figlia.

La sentenza affronta anche il tema del contributo economico al mantenimento, declinando i principi di proporzionalità e adeguatezza che caratterizzano gli obblighi genitoriali. La determinazione dell’importo mensile è effettuata tenendo conto della situazione reddituale e patrimoniale delle parti, entrambe economicamente autonome, e dell’esigenza di garantire un livello di vita coerente con quello goduto in precedenza dalla minore. Le spese straordinarie vengono disciplinate secondo un modello di cooperazione concordata, che evita il rischio di asimmetrie informative e potenziali conflitti; si tratta di una disposizione di particolare rilievo, poiché la giurisprudenza ha frequentemente individuato proprio nella mancata regolamentazione di tali spese un terreno fertile per il contenzioso post-divorzile.

Di interesse sistematico appare la trattazione della questione relativa al rilascio dei passaporti. Il Tribunale, richiamando la normativa sopravvenuta, osserva che, a seguito dell’art. 20 del decreto-legge n. 69 del 2023, il consenso dell’altro genitore non costituisce più condizione per il rilascio del documento, neppure in presenza di figli minori. Tale modifica, che incide significativamente sull’assetto dei rapporti familiari, riduce gli ambiti di possibile conflitto e testimonia una tendenza del legislatore a valorizzare l’autonomia individuale e la semplificazione amministrativa, in condizioni che non risultano idonee a pregiudicare l’interesse del minore.

L’omissione dell’ascolto della minore, ritenuto “manifestamente superfluo”, deve essere letta alla luce dei criteri elaborati a livello nazionale e sovranazionale, secondo i quali l’audizione può essere evitata qualora il giudice ravvisi una totale convergenza tra le condizioni concordate e le esigenze del minore, nonché una totale assenza di conflittualità tra i genitori. Tale scelta interpretativa appare coerente con il principio di non instrumentalization del minore, che impone di evitare audizioni non necessarie quando esse non apportino alcun beneficio effettivo alla ricostruzione del quadro istruttorio.

La parte finale del provvedimento è dedicata alle formalità dello stato civile, in cui si osserva l’applicazione rigorosa delle disposizioni del d.P.R. n. 396 del 2000, volte a garantire la certezza pubblica delle situazioni giuridiche familiari. La compensazione integrale delle spese appare, infine, perfettamente in linea con la natura consensuale del procedimento, nel quale non si ravvisa alcuna soccombenza.

Nel complesso, la sentenza rappresenta un esempio equilibrato di applicazione del diritto di famiglia contemporaneo, in cui l’autonomia privata, pur ampiamente riconosciuta e valorizzata, resta circondata da un presidio giudiziale orientato alla tutela dell’interesse del minore e alla salvaguardia dell’ordine pubblico familiare. Ciò che emerge con particolare evidenza è il ruolo del giudice quale garante non già della volontà delle parti in sé considerata, ma della sua piena compatibilità con i valori fondamentali dell’ordinamento, in un contesto normativo che tende sempre più a ridurre gli spazi di contenzioso e a promuovere soluzioni responsabili e cooperative.

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La funzione identificativa del titolo esecutivo nel precetto fondato su ingiunzione: riflessioni sistematiche a margine della sentenza n. 31447/2025

A cura dell’Avv. Francesco Cervellino

La disciplina del processo esecutivo basato su decreto ingiuntivo continua a rappresentare un terreno privilegiato per indagare l’evoluzione del sistema delle garanzie difensive del debitore e, in particolare, il rapporto tra formalismo processuale e funzionalità dell’azione esecutiva. La recente pronuncia n. 31447/2025 della Corte di cassazione offre un contributo di rilievo nel delineare il perimetro applicativo degli obblighi informativi gravanti sul creditore quando proceda mediante precetto fondato su un titolo monitorio divenuto esecutivo post eventum rispetto alla sua emanazione. La decisione consente di ribadire la natura sostanziale della completezza dell’atto di precetto quale condizione per l’avvio dell’esecuzione forzata e mette nuovamente in luce il ruolo sistematico dell’articolato intreccio tra gli artt. 480, 479 e 654 cod. proc. civ., nella prospettiva di preservare la piena intellegibilità del titolo da parte dell’intimato.

Muovendo dal contesto normativo, la sentenza chiarisce come l’indicazione, nell’atto di precetto, del provvedimento che ha disposto l’esecutorietà del decreto ingiuntivo costituisca una componente strutturale dell’atto stesso, in quanto funzionalmente equiparabile alla notifica del titolo esecutivo ai sensi dell’art. 479 cod. proc. civ. Non si tratta, dunque, di un adempimento meramente formale, bensì della condizione attraverso cui il debitore può ricostruire l’esatta consistenza dell’obbligazione azionata, verificare la legittimazione del creditore procedente ed eventualmente soddisfare spontaneamente la pretesa, evitando l’azione forzata. La Corte afferma che tale obbligo opera in tutte le ipotesi in cui l’esecutorietà sopravvenga rispetto al decreto, siano esse riconducibili all’art. 648 cod. proc. civ., all’art. 653 cod. proc. civ. o ad altre fattispecie astrattamente ricomprese nella dinamica monitoria. Non assume alcuna rilevanza la circostanza che l’intimato abbia avuto conoscenza del provvedimento concessorio nell’ambito del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo: la conoscenza aliunde non può surrogare l’indicazione testuale richiesta dall’art. 654, comma 2, cod. proc. civ., poiché l’atto di precetto deve essere autosufficiente nel delimitare il titolo e l’obbligazione azionata.

La vicenda oggetto della pronuncia conferma l’insuscettibilità di sanatoria del vizio derivante dall’omissione della menzione del provvedimento di esecutorietà. La Corte esclude infatti che possa operare il meccanismo di cui all’art. 156, comma 3, cod. proc. civ., poiché non si è in presenza di un atto che, pur imperfetto, abbia comunque raggiunto il proprio scopo. L’atto privo di una delle indicazioni richieste dall’art. 654 cod. proc. civ. rimane strutturalmente inidoneo a perseguire la funzione informativa che gli è propria: non è la condotta dell’intimato a definire l’idoneità dell’atto, né la conoscenza pregressa del provvedimento può completare retroattivamente un atto mancante. Il precetto così strutturato integra, pertanto, una nullità equiparabile a quella conseguente alla mancata notifica del titolo esecutivo, rilevabile in sede di opposizione agli atti esecutivi proposta ante executionem. La decisione si inserisce in un più ampio orientamento giurisprudenziale che sottolinea come il presidio delle garanzie difensive richieda un livello minimo ed inderogabile di precisione dell’atto di precetto, soprattutto nel procedimento monitorio, nel quale la formazione del titolo può avvenire attraverso una pluralità di fasi e provvedimenti.

L’elaborazione della Corte si armonizza inoltre con la prospettiva ricostruita dalla dottrina e dalla prassi giudiziaria, secondo cui la fase monitoria, pur connotata da rapide dinamiche decisorie, non esonera il creditore dall’onere di fornire al debitore una rappresentazione completa del titolo esecutivo nella fase eventuale dell’esecuzione. Anche la riflessione critica emergente dal materiale di supporto conferma l’impostazione sostanzialistica adottata dal giudice di legittimità: la funzione integrativa del precetto non tollera margini di ambiguità, poiché esso realizza il punto di emersione della pretesa nella sua dimensione coercitiva, segnando il passaggio da un titolo potenziale all’incidenza effettiva sulla sfera patrimoniale del debitore.

La sentenza in esame consolida una lettura rigorosa del sistema, nella quale la completezza dell’atto di precetto rappresenta un presidio imprescindibile per il corretto esercizio dell’azione esecutiva. Appare evidente che l’ordinamento non consente soluzioni che, pur formalmente improntate all’effettività, sacrifichino in modo irragionevole le garanzie informative attribuite all’intimato. La decisione riafferma che il processo esecutivo, pur essendo strutturalmente funzionale alla soddisfazione del credito, non può prescindere da un nucleo irrinunciabile di legalità formale, il cui rispetto preserva la legittimità del percorso esecutivo e circoscrive in maniera chiara l’ambito dell’obbligazione azionata. La prospettiva tracciata dalla Corte offre anche un’indicazione sistematica per il futuro: la rigorosità richiesta nella redazione del precetto, lungi dall’essere un appesantimento procedurale, rappresenta lo strumento attraverso cui si garantisce la trasparenza dell’azione coattiva e si preserva l’equilibrio tra le esigenze del creditore e i diritti del debitore, contribuendo a rafforzare la coerenza complessiva del sistema esecutivo.

4 dicembre 2025

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La destinazione funzionale dell’immobile quale criterio determinante per la detraibilità dell’IVA

A cura dell’Avv. Francesco Cervellino

La recente ordinanza n. 31511/2025 della Corte di cassazione, Sezione tributaria, offre un’occasione significativa per approfondire la portata applicativa del principio di neutralità dell’imposta sul valore aggiunto e il ruolo che l’inerenza oggettiva del bene svolge ai fini del riconoscimento del diritto alla detrazione. Il caso esaminato dalla Suprema Corte, ricostruito altresì alla luce delle indicazioni generali contenute nel documento di supporto, consente di delineare in modo sistematico i criteri interpretativi che governano la detraibilità dell’imposta assolta su immobili accatastati come abitativi ma destinati all’esercizio dell’attività d’impresa. Il provvedimento chiarisce l’ambito operativo dell’articolo 19-bis1, lettera i), del decreto del Presidente della Repubblica n. 633/1972 e individua la prevalenza dell’utilizzo concreto o prospettico del bene rispetto alla sua classificazione catastale, ponendosi in continuità con un orientamento ormai consolidato in giurisprudenza e coerente con le pronunce della Corte di giustizia dell’Unione europea.

 

In una prospettiva sistematica, la decisione conferma che l’istituto della detrazione si colloca al centro del meccanismo dell’imposta armonizzata e ne costituisce essenza e garanzia: l’IVA deve gravare esclusivamente sul consumatore finale, mentre al soggetto passivo spetta il diritto di recuperare integralmente l’imposta assolta a monte ogniqualvolta l’acquisto del bene o del servizio sia riferibile ad attività economiche che comportano operazioni imponibili. Ne discende che l’interpretazione delle limitazioni oggettive alla detraibilità deve essere improntata a criteri restrittivi, tali da non compromettere il principio di neutralità, come costantemente affermato dalla giurisprudenza unionale. In tal senso, la Corte di cassazione ribadisce che la mera classificazione catastale non costituisce elemento idoneo a escludere la strumentalità del bene all’attività d’impresa, dovendo piuttosto verificarsi l’inerenza oggettiva dell’immobile sulla base del suo utilizzo effettivo o, anche solo in via prospettica, dell’intenzione iniziale del contribuente di impiegarlo nell’esercizio dell’attività economica. Tale accertamento va condotto attraverso elementi oggettivi, documentali e tecnici, quali risultanti dalle perizie, dagli atti del procedimento amministrativo e dal complessivo quadro istruttorio acquisito nei gradi di merito.

 

L’ordinanza affronta in modo puntuale il rapporto tra l’articolo 19-bis1, lettera i), e la destinazione funzionale dell’immobile. La limitazione alla detrazione, prevista per i fabbricati a destinazione abitativa, risponde all’esigenza di prevenire indebite detrazioni derivanti dall’utilizzo personale del bene; essa tuttavia non opera quando l’immobile, pur accatastato come abitativo, risulti oggettivamente destinato all’esercizio dell’impresa. La Corte richiama, a sostegno di tale impostazione, precedenti consolidati, valorizzando in particolare la coerenza della soluzione con il diritto dell’Unione europea, che riconosce la detrazione anche quando il bene sia stato temporaneamente utilizzato a fini abitativi, purché al momento dell’investimento fosse chiara la volontà del soggetto passivo di destinarlo stabilmente all’attività economica. Nel caso oggetto di giudizio, la Suprema Corte osserva che le perizie tecniche asseverate comprovavano la destinazione turistico-alberghiera delle opere di ristrutturazione e ampliamento, mentre l’Amministrazione finanziaria non aveva fornito elementi idonei a dimostrare una destinazione abitativa dell’immobile. L’accertamento in fatto compiuto dal giudice di merito risulta dunque coerente con i criteri elaborati dalla giurisprudenza nazionale e unionale, conducendo al riconoscimento del diritto alla detrazione.

 

Le implicazioni sistematiche della pronuncia appaiono di rilievo. La Corte riafferma che la verifica della detraibilità non può fondarsi su criteri meramente formali, quali la categoria catastale, ma deve essere ancorata alla sostanza economica dell’operazione, secondo un approccio sostanzialistico conforme al principio di neutralità. Ciò implica un onere probatorio differenziato: da un lato, il contribuente è chiamato a dimostrare, mediante elementi oggettivi, la destinazione del bene all’attività d’impresa; dall’altro, l’Amministrazione, ove intenda negare la detrazione, deve provare l’assenza di inerenza, non potendo limitarsi a valorizzare la classificazione catastale. La pronuncia contribuisce altresì a rafforzare la funzione interpretativa dell’inerenza quale criterio cardine del sistema della detrazione, ponendo l’accento sulla connessione funzionale tra investimento e attività economica, anche in una prospettiva futura. Ne emerge una lettura dell’articolo 19-bis1 coerente con l’impianto europeo e attenta a evitare effetti distorsivi o duplicazioni d’imposta.

 

L’ordinanza n. 31511/2025 si colloca in un quadro giurisprudenziale stabilizzato, rafforzando la centralità della destinazione funzionale del bene quale parametro decisivo per la detraibilità dell’IVA e riaffermando l’esigenza di un’interpretazione delle norme limitative conforme al principio di neutralità. Essa offre un punto di riferimento rilevante per operatori professionali, imprese e interpreti del diritto, contribuendo a delineare un assetto applicativo che valorizza la sostanza economica delle operazioni e garantisce certezza nei rapporti tra contribuente e Amministrazione finanziaria.

4 dicembre 2025

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